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Stalking in condominio

stalking-4Lo stalking condominiale si rafforza sempre più come reato penale. Lo dimostrano sempre di più le diverse denunce e le diverse sentenze.

In particolare, è l’art. 612-bis che contiene le norme sul cosiddetto reato di stalking – introdotto sei anni fa (con la L. 11/2009) nel nostro codice penale – ai commi 1, 2 e 3, (dopo successive modifiche).

Ma come si riconosce lo stalking? Lo stalking consiste in una serie di atti persecutori attuati nei confronti di una persona, tali da comportare nella vittima due principali conseguenze:

  • un grave e perdurante stato di ansia e timore;
  • un’alterazione delle sue abitudini di vita.

Ma quali possono essere tali atti persecutori?

A tal proposito è intervenuta anche l’Associazione Nazionale Amministratori d’Immobili che ha elencato a titolo esemplificativo alcuni atti che, laddove ripetuti volontariamente, possono causare turbamento e alterazioni negli altri condomini, come:

  • Telefonate mute;
  • Scampanellate;
  • Rumori molesti,
  • Appostamenti nell’androne con relative ingiurie
  • Dispetti sul pianerottolo o sui social networks

Ma allora cosa fare se ci si rende conto di essere oggetto di stalking da parte di un altro condomino?

Innanzitutto, avvertire l’Amministratore di condominio affinchè intervenga e redarguisca i condomini interessati. Qualora le minacce non cessassero, si può far ricorso  al Questore affinché proceda con lo strumento dell’Ammonimento, ossia convochi in Questura i condomini presunti stalker e li inviti a non proseguire oltre, con l’avvertimento che, laddove proseguissero, sarà possibile avviare indagini in ambito penale nei loro confronti anche in mancanza di querela da parte della vittima.

In alternativa è possibile sporgere Querela per Stalking nei confronti dei condomini persecutori allegando, eventualmente, non solo documentazione medica attestante il reale e tangibile stato di ansia e timore ma anche testimonianze di amici o parenti che hanno assistito alle persecuzioni o videoregistrazioni dell’accaduto.

Come indica anche l’A.N.AMM. bisogna stare attenti a non identificare lo Stalking in alcune semplici liti condominiali, ribadiamo che deve trattarsi di una reale persecuzione messa in atto da parte di un condomino con delle conseguenze precise che abbiamo descritto sopra.

a cura di Monica Baldini

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Unioni di fatto e condominio

unioni-civiliLa legge n. 76/2016 introduce nuove forme di unioni: le unioni civili, cosiddette di fatto.

L’amministratore del condominio dovrà considerare anche le coppie legate da unione civile e quelle regolate da rapporto di convivenza ai fini della tenuta del registro di anagrafe condominiale e per la convocazione alle assemblee.

Tra i diversi compiti dell’amministratore condominiale vi è anche la tenuta del registro anagrafe, ai sensi dell’art. 1130 c.c., che deve contenere le generalità dei singoli proprietari e dei titolari di diritti reale o di diritti personali di godimento, comprensive del codice fiscale e della residenza o domicilio, i dati catastali di ciascuna unità immobiliare, nonché ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza delle parti comuni dell’edificio.

Il legislatore, con tale disposizione, mette in evidenza il fatto che l’amministratore debba conoscere ogni persona che vive nei condomini da lui amministrati: proprietari, affittuari e conviventi. Ecco perchè è di primaria importanza la tenuta del registro anagrafe condominiale.

Individuare i soggetti che godono dei diritti è indispensabile per la regolare convocazione dell’assemblea. L’amministratore, pertanto, dovrà convocare tutti i comproprietari, a meno che non venga esplicitamente indicato nel modulo dell’anagrafica, di convocare solo uno dei proprietari in assemblea.

Un’altra unione con rilevanza legale è ora anche la convivenza di fatto, definita dalla legge Cirinnà, come quella situazione di due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da unione civile.

La recente disciplina prevede che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa comune per un periodo non inferiore a tre anni. In sostanza, il legislatore ha garantito al convivente non proprietario un diritto di abitazione a tempo determinato nelle ipotesi in cui l’alloggio adibito a residenza dei partner fosse di proprietà del solo defunto e non vi siano figli. Il convivente, infatti, non matura alcun diritto sulla casa di residenza comune se essa è di proprietà del partner: il convivente non rientra tra i successibili ex lege e potrà maturare diritti sulla casa, come sugli altri beni del partner, solo ove venga indicato quale erede testamentario e sempre che in presenza di eredi legittimari, tale disposizione sia nei limiti della quota disponibile.

Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto: tale facoltà era per altro già stata per altro riconosciuta dalla Corte costituzionale, 31 marzo 1988, n. 377, che aveva esteso il novero dei soggetti aventi diritti a succedere al conduttore in caso di sua morte previsto dall’art. 6 della legge 392/1978 anche al convivente more uxorio.

Il contratto deve essere redatto in forma scritta a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico. Per essere opponibile ai terzi – e dunque anche all’amministratore del condominio – il contratto di convivenza deve essere, a cura del professionista che ha autenticato le sottoscrizioni, entro dieci giorni trasmesso al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe.

a cura di Monica Baldini

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Odori, puzze? No, grazie

cattivi-odori_N1Si sa che in condominio nascono molte liti. Ma non tutti sanno che tra le liti più in voga rientrano quelle per i cattivi odori!

In effetti, mentre per il rumore esiste una soglia misurata in decibel, in fatto di cattivi odori la questione è più difficile da misurare.

Recentemente, in un articolo dell’ANAMMI, si evidenzia proprio tale delicata questione.

In particolare, in questo articolo esiste una classifica vera e propria degli odori insopportabili e precisamente:

  1. Gli odori di cucina. Questi nascono soprattutto per le diverse etnie ormai presenti nel nostro Paese; si sa che molti popoli di origine asiatica o indiana usano molte spezie e, spesso, l’odore che ne deriva procura varie liti.
  2. Gli odori provenienti dagli animali. L’urina del cane o del gatto provoca diverse liti. Basta avere l’accortezza di “educare” il proprio animale domestico!
  3. I fumi derivanti da attività commerciali che operano nello stesso complesso condominiale.
  4. Esalazione dalle fogne. Qui il problema è tecnico e va risolto insieme all’amministratore ed ad un tecnico competente.
  5. Il detersivo usato per le faccende domestiche. Dipende quanto se ne usa!

tratto da rivista ufficiale ANAMMI